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Lo spreco alimentare è un fenomeno che per lungo tempo è stato sottostimato. Negli ultimi anni invece, complici la crisi economica globale, si è accresciuta l’attenzione sul problema. Perdite e sprechi alimentari generano impatti negativi ambientali ed economici e la loro esistenza solleva questioni di carattere sociale. La povertà aumenta, ma il cibo continua a rappresentare una quota importante dei nostri rifiuti.

In Italia secondo il Barilla Center for Food and Nutrition ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Un costo di 450 € all’anno per famiglia. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Lo spreco alimentare è un inaccettabile paradosso del nostro tempo.

Gli sprechi riguardano tutti i passaggi che portano gli alimenti dal campo alla tavola e colpiscono indistintamente tutti i Paesi. Nei paesi ricchi la maggior quota di sprechi - oltre il 40% dello spreco totale - si concretizza a livello della distribuzione, ossia quando il cibo è ancora perfettamente consumabile: si generano sprechi per difetti di packaging, per cambi di immagine, per lanci di nuovi prodotti o residui di promozioni. Lo spreco oggi genera indignazione e disapprovazione per l’ingiustizia che rappresenta nei confronti di chi ne avrebbe bisogno (il tema degli “altri”) e per lo sperpero di risorse finanziarie e ambientali e l’aumento dell’inquinamento (il tema del danno sociale).